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“La lezione più importante che l’uomo possa imparare in vita, non è che nel mondo esiste la paura, ma che dipende da noi trarne profitto e che ci è consentito tramutarla in coraggio.”
– Tagore

I 5 errori da non fare se vuoi liberarti dall’ansia e dagli attacchi di panico

L’indirizzo Strategico Integrato che mi appartiene utilizza tecniche terapeutiche dinamiche ed efficaci, basate su strategie che mirano al cambiamento passando attraverso la valorizzazione delle potenzialità dell’individuo, rendendo così il paziente attivo rispetto alla risoluzione del suo problema. Anche l’ansia e gli attacchi di panico dunque vengono trattati non come eventi a cui soccombere inerti, ma come situazioni che la persona è in grado di gestire, senza il farmaco e senza la necessità di un percorso lungo e logorante per la persistenza del sintomo.

In questo articolo voglio svelare i 5 errori più comuni che contribuiscono al mantenimento dell’ansia e degli attacchi di panico, e impediscono a chi ne soffre di uscirne fuori.

  1. Parlare continuamente dell’ansia e degli attacchi di panico

    Il primo errore che generalmente si fa è qualcosa che viene estremamente naturale a chi soffre di ansia e attacchi di panico, ed è quello di parlare continuamente del problema, soprattutto con le persone che sono ad essa più vicine. Ne parliamo con i genitori, col partner, con gli amici, perché cerchiamo rassicurazione, perché vogliamo che gli altri siano “preparati” nel caso si dovesse presentare un attacco, ne parliamo spesso perché ci aspettiamo che gli altri ci aiutino, o a volte facciano al posto nostro. Vista così sembrerebbe che ci siano solo vantaggi nel farlo, ma…c’è un ma. L’ansia è qualcosa a cui diamo sempre più spazio nel tempo: dapprima magari si materializza solo attraverso un lieve disagio in qualche situazione, poi mano a mano diventa più consistente e comincia a insinuarsi in diversi ambiti della nostra vita. Diviene presente nel lavoro, quando usciamo, mentre siamo negli spazi aperti o al contrario in quelli angusti, si presenta quando dobbiamo fare qualcosa di importante, quando siamo messi alla prova, quando ci sperimentiamo in nuove situazioni o relazioni.

    E spesso questa presenza diventa influenza: così cominciamo ad evitare quei posti, a procrastinare esami e messe alla prova, a delegare impegni o a chiedere continuamente aiuto. Insomma l’ansia e gli attacchi di panico tendono a prendere sempre più posto nella nostra vita. Quando noi ne parliamo con gli altri, che non siano terapeuti ovviamente, non facciamo altro che definirla ancora meglio, dandogli un aspetto sempre più massiccio e imponente; insomma l’ansia prende spazio anche al di fuori di noi. Ogni volta che facciamo dell’ansia e degli attacchi di panico il nostro argomento prediletto di conversazione, diamo loro del fertilizzante per crescere ancora meglio, aggiungiamo benzina al fuoco, innescando un circolo vizioso che ci impedisce di vedere oltre al problema.

    Bisogna concedere allora meno spazio all’argomento “ansia e attacchi di panico” perché così impediamo all’ansia stessa di avvolgerci completamente nelle sue spire. Avere la forza di impedirci di accartocciarci su di essa, evitando di parlarne e riparlarne, la indebolisce, la sfalda, ne sbiadisce i contorni.

  2. Bloccare i sintomi con i farmaci

    I sintomi dell’ansia e degli attacchi panico ci spaventano molto: spesso ce ne vergogniamo e sempre li viviamo come qualcosa da evitare. È evidente che il farmaco serve a bloccare quei sintomi di cui tanto abbiamo paura: tachicardia, palpitazioni, respiro affannato, tremore, nausea, insonnia, senso di svenimento, sensazione di soffocamento etc. Ma se a breve termine può sembrare un vantaggio enorme quello di sopprimere i sintomi, a lungo termine il farmaco non solo crea dipendenza, ma aumenta il nostro senso di fallimento verso il disturbo. È come dire che senza il farmaco l’ansia e gli attacchi di panico hanno la meglio su di noi, e si delega alla sostanza che stiamo assumendo la possibilità di essere i fautori della nostra guarigione. Questo ovviamente porta ad una diminuzione del senso di autoefficacia, facendoci sentire sempre più deboli e incapaci di fronte al disagio, intaccando anche la nostra autostima in senso negativo.

    “E se io sto veramente male, e non riesco a dormire, a uscire, a mangiare, a concentrarmi etc? E se questi sintomi interferiscono gravemente nel normale svolgimento della mia quotidianità?”

    Queste sono delle obiezioni lecite e dobbiamo precisare che l’ansia e il panico, pur non provocando la morte, possono interferire a vari livelli nelle nostre vite, quindi a volte diventano anche fortemente invalidanti se non siamo intervenuti nelle fasi precedenti. Ovviamente quando si hanno queste situazioni estreme, il farmaco, debitamente prescritto con la valutazione di un clinico, può essere l’elemento di sblocco iniziale affinché il paziente riprenda quel minimo di controllo della sua vita necessario per affrontare un percorso di guarigione. In questi casi l’ideale è che ci sia una stretta collaborazione tra figure professionali (per esempio tra lo psichiatra o il neurologo e lo psicologo), al fine di poter scalare velocemente l’utilizzo del farmaco e far sperimentare il senso di autoefficacia al paziente.

  3. Appoggiarsi continuamente a familiari o amici

    Se stiamo male è normale e anche auspicabile che familiari e amici ci stiano vicini, che ci diano una mano nel momento di difficoltà. Il messaggio che arriva è quello che esprime affetto, che ci dice che qualcuno ci vuole bene e che è lì per noi. È rassicurante sapere di potere contare su qualcuno.

    Ma quando la risposta positiva alla richiesta di aiuto diventa l’unico criterio di scelta per cui decido di fare qualcosa (p.e. ‘se tu mi accompagni allora vado altrimenti no’, ‘se tu sei con me prendo l’ascensore altrimenti no’, ‘se tu vieni insieme a me mi presento all’esame altrimenti no’ etc.), allora c’è un secondo messaggio che si trova nella comunicazione: quello che ci dice che da soli non siamo in grado, non siamo capaci, non siamo all’altezza, non ce la facciamo.

    Questo messaggio è quello meno esplicito, ma è quello che mina enormemente la nostra autostima, creando una falla che si espanderà sempre di più, fino a farci credere di essere solo delle enormi nullità, o comunque sempre meno degli altri.

    Bisogna dunque valutare bene quali sono i vantaggi e gli svantaggi nel fare o non fare una determinata cosa, e se quella cosa è abbastanza importante per noi, allora vale la pena tentare di affrontarla da solo, non nel modo perfetto, ma nel migliore dei modi che possiamo in quel momento. Riuscire a fare delle cose da soli avrà allora una doppia valenza di successo, perché non solo avremo raggiunto quel vantaggio specifico, ma soprattutto avremo cominciato a collezionare delle piccole vittorie contro l’ansia, alimentando positivamente la nostra autostima.

  4. Evitare le situazioni che immaginiamo ansiogene

    Questo è l’errore più difficile da eliminare perché ha a che fare col cuore del problema: la paura della paura.

    Le persone che soffrono di attacchi d’ansia o panico attuano continuamente strategie di evitamento: evitano i luoghi affollati, gli ascensori, i mezzi pubblici, guidare da soli, le gallerie etc. Ma queste situazioni non coincidono mai (o per lo meno non tutte) con un ricordo traumatico specifico che attiva l’ansia e il panico. Ciò che ci induce a evitarle è la paura che possa presentarsi un attacco d’ansia o di panico: la paura della paura dunque.

    Ogni volta però che noi evitiamo la situazione temuta, togliamo spazio al nostro campo d’azione e diamo potere all’ansia e agli attacchi di panico. È come se noi stessi ci costruissimo le sbarre della nostra gabbia, che diventa così sempre più stretta e scomoda.

    Affrontare gradualmente delle situazioni temute potrebbe invece dare dei risultati sorprendenti: magari l’attacco di panico non si presenta, o magari in quella situazione troviamo delle nuove soluzioni per l’ansia, o comunque ci potremmo rendere conto di aver superato lo stesso un test di coraggio (affrontando la situazione e mettendoci alla prova) sopravvivendo all’ennesimo attacco d’ansia che però stavolta non ci ha impedito di fare delle cose. Seguendo la metafora di prima, mancherà una sbarra alla nostra gabbia e da lì possiamo intravedere una via di fuga.

    Insomma il dictat dovrebbe essere “evitiamo di evitare” ogni qual volta è possibile, alzando gradualmente, dopo i primi piccoli successi, il livello di difficoltà: la nostra autostima verrà nutrita a dovere, e la nostra ansia rimarrà a bocca asciutta!

    “E se io le ho già provate tutte ma non ho ancora risolto il problema? Facile a dirsi, ma quando l’ansia o l’attacco di panico arriva io non ragiono più e cado sempre negli stessi errori…proprio non ce la faccio!”

  5. Non chiedere aiuto a un professionista

    Quelli che abbiamo chiamato “errori” fino ad ora corrispondono in termini tecnici alle “tentate soluzioni” che ognuno di noi mette in atto per proteggersi dal disturbo. Può accadere che anche quando a livello logico-razionale comprendiamo l’inefficacia di tali tentativi, e concordiamo sul fatto che ottengono l’effetto contrario a quello desiderato, non riusciamo comunque a cambiare degli schemi comportamentali che ormai fanno parte del nostro quotidiano. Occorre allora affidarsi al giusto professionista che in tempi relativamente brevi possa farci assaporare la vita al di fuori del problema. Un bravo terapeuta è quello che sa valutare la situazione e mettere a punto strategie cucite apposta su di noi, che possano ridarci fiducia nella nostra capacità di raggiungere il benessere, stimolare la nostra autostima, e farci sperimentare più forti di fronte alle difficoltà.

    Dai dati statistici si rileva non solo che l’ansia e gli attacchi di panico sono disturbi estremamente comuni, ma anche che chi ne soffre, prima di rivolgersi ad uno specialista del settore, faccia passare anni, o addirittura non lo faccia mai, ricorrendo a cure palliative o fai da te. Le motivazioni possono essere tante, a partire dal senso di vergogna per questo tipo di disturbo alla poca conoscenza del fenomeno, dall’aver trovato delle soluzioni basate sull’evitamento che non ci espongono mai al problema al non credere di potercela fare a uscirne fuori per mancanza di autostima, o mancanza di fiducia nella psicoterapia. È incredibile pensare a quanti anni di sofferenza ci condanniamo, o quante limitazioni ci imponiamo nella nostra breve vita!

    Nella realtà dei fatti uscire dall’ansia e dagli attacchi di panico si può, e spesso si può farlo attraverso percorsi terapeutici brevi. Decenni di pratica e osservazione hanno evidenziato che gli approcci che raggiungono i migliori risultati in tempi rapidi sono la Psicoterapia Strategica e la Terapia Cognitivo-Comportamentale.

    Seguendo questi approcci, che danno delle indicazioni pratiche molto concrete basate sull’azione, la persona riesce a sperimentarsi in nuovi copioni comportamentali che la fanno sentire adeguata e protagonista di fronte alle difficoltà, che potrà così superare con la fiducia in sé necessaria per vincere.

    Per questi motivi occorre affidarsi a professionisti esperti in grado di guidarci in questo percorso, e che ci facciano vivere esperienze positive replicabili in perfetta autonomia anche dopo la fine della terapia.

Dott.ssa Giuliana Melandri
Psicoterapeuta e Psicossessuologa

Roma

Iscritta all’Albo Professionale degli Psicologi della regione Lazio n. 13624
Laurea in Psicologia Clinica e di Comunita’ (v.o.) presso La Sapienza di Roma nel 2003
P.I. 10071601008

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